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DAC8 sotto attacco: Bull Bitcoin porta la direttiva europea sulle criptovalute davanti ai giudici francesi

Per la prima volta la direttiva europea DAC8 dovrà affrontare un vero banco di prova giudiziario. Bull Bitcoin ha avviato un’azione legale davanti al Conseil d’État francese contro il decreto che recepisce la normativa europea sullo scambio automatico dei dati fiscali relativi alle criptovalute.

Se la vicenda dovesse arrivare fino alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea e i ricorrenti ottenessero ragione, l’intero impianto giuridico della raccolta massiva dei dati degli investitori crypto potrebbe essere rimesso in discussione in tutti i 27 Stati membri.

Bull Bitcoin apre il primo fronte legale contro DAC8

Le società Léonod SARL e Satoshi Portal Inc., che operano con il marchio Bull Bitcoin, hanno impugnato il decreto francese n. 2025-1276 del 19 dicembre 2025, provvedimento con cui la Francia ha recepito la direttiva europea DAC8.

Il ricorso, depositato il 24 febbraio 2026 e successivamente integrato con una memoria di merito il 1° maggio, rappresenta la prima contestazione giudiziaria contro l’attuazione della direttiva DAC8 nell’Unione Europea.

L’obiettivo dichiarato dell’azienda canadese non è soltanto ottenere l’annullamento del decreto francese, ma mettere in discussione il principio stesso della raccolta automatica e indiscriminata dei dati finanziari dei possessori di criptovalute.

Secondo Bull Bitcoin, DAC8 trasforma il tradizionale principio del Know Your Customer (KYC) in un sistema di sorveglianza permanente, arrivando a definire provocatoriamente la normativa come un passaggio dal “Know Your Customer” al “Kill Your Customer”, evidenziando i rischi che una simile concentrazione di dati potrebbe comportare per la sicurezza personale degli utenti.

Cos’è DAC8 e cosa cambia dal 2026

La direttiva DAC8 (Direttiva UE 2023/2226) è entrata in vigore il 1° gennaio 2026 e recepisce nell’ordinamento europeo il Crypto-Asset Reporting Framework (CARF) sviluppato dall’OCSE.

La normativa obbliga tutti i fornitori di servizi legati alle criptovalute che operano con clienti europei a raccogliere e trasmettere alle autorità fiscali una vasta quantità di informazioni, tra cui:

dati anagrafici completi;
codice fiscale;
indirizzi;
saldi degli account;
operazioni effettuate;
movimenti relativi alle criptovalute.

Successivamente queste informazioni vengono condivise automaticamente tra tutte le amministrazioni fiscali dei Paesi membri dell’Unione Europea e con gli altri Stati aderenti al sistema CARF.

Secondo i ricorrenti, questo meccanismo crea quello che definiscono il più grande archivio internazionale mai realizzato sui possessori di criptovalute, con milioni di dati finanziari destinati a circolare tra decine di autorità pubbliche.

Il nodo della privacy e della sicurezza

Uno degli aspetti centrali del ricorso riguarda la tutela dei diritti fondamentali.

Bull Bitcoin sostiene che la raccolta sistematica dei dati non riguardi esclusivamente informazioni necessarie ai fini fiscali, ma finisca per creare un enorme database contenente identità, indirizzi di residenza e attività finanziarie di milioni di cittadini.

Secondo la società, l’aumento dei soggetti autorizzati ad accedere a queste informazioni — amministrazioni pubbliche, funzionari, fornitori informatici e Stati esteri — incrementa inevitabilmente il rischio di:

fughe di dati;
attacchi informatici;
accessi abusivi;
vendita illegale delle informazioni a organizzazioni criminali.

L’azienda sottolinea inoltre come negli ultimi mesi la Francia abbia registrato numerosi episodi di rapine, sequestri e aggressioni nei confronti di possessori di criptovalute, fenomeno che alimenta le preoccupazioni circa la possibile esposizione di dati altamente sensibili.

Secondo Bull Bitcoin, un archivio di tali dimensioni rappresenta un vero e proprio “honeypot”, ovvero un bersaglio estremamente appetibile per criminali informatici.

I motivi giuridici del ricorso

L’azione davanti al Conseil d’État si sviluppa su due livelli.

Il primo riguarda il diritto costituzionale francese:

secondo i ricorrenti, il decreto avrebbe ampliato gli obblighi previsti dalla legge introducendo anche attività come staking e prestiti di cripto-attività senza una specifica autorizzazione del Parlamento, violando così la ripartizione delle competenze prevista dalla Costituzione francese.

Il secondo livello riguarda invece il diritto europeo, infatti Bull Bitcoin sostiene che DAC8 violi:

il diritto al rispetto della vita privata;
il diritto alla protezione dei dati personali;
il principio di proporzionalità previsto dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea;
l’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Secondo la memoria difensiva, la raccolta automatica dei dati riguarda indistintamente tutti gli utenti, anche in totale assenza di sospetti di evasione fiscale o altre violazioni.

La possibile svolta davanti alla Corte di Giustizia UE

Il Conseil d’État non può annullare direttamente una direttiva europea.

Per questo motivo Bull Bitcoin chiede ai giudici francesi di sottoporre la questione alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea mediante un rinvio pregiudiziale.

La domanda che potrebbe arrivare ai giudici di Lussemburgo è destinata ad avere un impatto ben oltre il mercato francese:

È compatibile con i diritti fondamentali una raccolta automatica, generalizzata e permanente dei dati finanziari di tutti i cittadini, indipendentemente dall’esistenza di qualsiasi sospetto di illecito?

Qualora la Corte ritenesse incompatibile DAC8 con la Carta dei Diritti Fondamentali, verrebbe meno la base giuridica dell’intero sistema di reporting europeo sulle criptovalute.

Il precedente che potrebbe pesare

I ricorrenti richiamano una sentenza della Corte di Giustizia del 2022 relativa alla direttiva DAC6.

In quella occasione i giudici europei dichiararono incompatibile con la tutela della vita privata una parte degli obblighi di comunicazione previsti per gli avvocati, ritenendo sproporzionata la misura.

Secondo Bull Bitcoin, anche DAC8 presenta caratteristiche analoghe, poiché impone una raccolta indiscriminata di dati senza adeguate garanzie preventive.

Francia, Italia e il tema del “purpose creep”

Il caso assume particolare interesse anche per l’Italia.

Negli ultimi anni il nostro Paese ha progressivamente ampliato gli strumenti di monitoraggio fiscale delle criptovalute, passando dagli obblighi previsti per il registro OAM fino al recepimento della direttiva DAC8 con il Decreto Legislativo n. 194/2025.

I ricorrenti evidenziano inoltre il rischio del cosiddetto purpose creep, ossia il progressivo utilizzo di dati raccolti per una determinata finalità anche per scopi diversi rispetto a quelli originariamente dichiarati.

Secondo questa ricostruzione, informazioni inizialmente acquisite nell’ambito della normativa antiriciclaggio potrebbero essere progressivamente riutilizzate per finalità fiscali o amministrative sempre più estese.

Richiesta anche una sospensione urgente

Parallelamente al giudizio di merito, Bull Bitcoin intende chiedere anche una sospensione cautelare del decreto.

L’obiettivo è bloccare temporaneamente gli effetti della normativa durante lo svolgimento del processo.

Qualora il giudice amministrativo francese dovesse concedere la sospensione, gli effetti riguarderebbero tutti gli operatori attivi sul mercato francese, con possibili ripercussioni anche sui clienti europei in attesa della decisione definitiva.

Nasce anche il progetto STOP DAC8

Contestualmente all’azione legale, Bull Bitcoin ha annunciato il lancio dell’iniziativa STOP DAC8, un portale informativo destinato a cittadini, giornalisti e decisori politici.

L’obiettivo dichiarato è raccogliere documentazione, analisi giuridiche e materiale informativo per alimentare il dibattito pubblico sulla direttiva europea e sulle sue conseguenze in materia di privacy, sicurezza informatica e tutela dei diritti fondamentali.

Una decisione destinata a fare giurisprudenza

La causa avviata in Francia potrebbe rappresentare il primo vero test giudiziario dell’intera architettura europea di reporting fiscale sulle criptovalute.

Se il Conseil d’État dovesse rinviare la questione alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, il procedimento potrebbe protrarsi per diversi anni, ma le conseguenze potrebbero essere rilevanti per tutti gli operatori del settore crypto.

Al centro della controversia resta una questione destinata ad alimentare il dibattito europeo: fino a che punto è legittimo raccogliere e condividere i dati finanziari di milioni di cittadini per contrastare l’evasione fiscale? La risposta potrebbe ridefinire il delicato equilibrio tra esigenze di controllo fiscale, tutela della privacy e sicurezza dei possessori di criptovalute.

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